Paolo Rebuttato
Una nuova estate di accompagnamento ed eventi in montagna sta volgendo al termine.
Oltre tre mesi di eventi in giro per lo Stivale (e non solo) hanno fatto maturare in me nuove prospettive e nuovi ragionamenti cui dare un seguito, una forma, uno spazio degno di considerazione nel mio modo di interpretare il mestiere di guida e, soprattutto, di fruitore della montagna.
L’evoluzione di ciò che abbiamo (insieme ai miei colleghi) crato è ben evidente e costituisce al contempo motivo di orgoglio e riflessione. Vette e Baite è oggi una realtà che sta consolidando la propria presenza sul mercato delle esperienze in montagna, attraverso una serie di proposte e iniziative chiare e ben delineate. Il trekking, nel nostro modello, non è solo una valida “scusa” per fuggire da una quotidianità sempre più opprimente e meccanizzata, bensì uno strumento per riscoprire e valorizzare comportamenti e momenti che, altrimenti, verrebbero meno nel vortice culturale che ci sta inghiottendo, costruito intorno a gesti e attività a cui molto spesso non riusciamo più ad attribuire un significato autentico.
In un mondo in cui tutto è comune, immediato, inclusivo, le esperienze in montagna hanno (e devono avere) ancora un potere trasformativo, a patto che vengano escluse da quel processo di semplificazione e “normalizzazione” che sta coinvolgendo ogni sfera del nostro vivere. Adeguarsi ad una vita di comodità e immediatezza porta a credere, erroneamente, che questi siano gli schemi comuni in ogni situazione, luogo, momento.
Le aspettative delle persone che si approcciano oggi al mondo della montagna sono la rappresentazione di una società che ha cambiato il proprio paradigma di pensiero: tutto, adesso, può essere raggiunto e ottenuto e, quasi sempre, lo sforzo per arrivare a quel punto non è direttamente proporzionale al valore dell’obbiettivo che ci si pone. Fronteggiare questo tsunami culturale che ci sta travolgendo è forse utopistico; salvare dal suo devastante passaggio qualcosa, invece, è ancora possibile.

Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un bellissimo articolo di Pietro Lacasella (lo trovate qui) in cui si analizzava come sia cambiato l’identikit del fruitore moderno della montagna. La digressione non partiva da un’analisi su questi ultimi, bensì raccoglieva il punto di vista di chi, come noi, ha iniziato a frequentare questo ambiente molto tempo prima. Il succo della questione, valevole peraltro in qualsiasi altro contesto della nostra vita sociale, è che non ci dobbiamo limitare ad osservare e soprattutto “giudicare” l’altro in virtù del suo comportamento diverso dal nostro, seppure questo sia quello universalmente riconosciuto fino a questo momento. Questo perché tale atteggiamento non produrrebbe alcun esito positivo né tangibile, se non quello narcisista di elevare sé stessi e corroborare la propria tesi e visione, ignorando tutto ciò che è diverso, manifestazione diffusa peraltro di un determinato momento storico e di una determinata cultura.
Con quale risultato finale inoltre? Nessuno, se non quello di lasciare tutto invariato e creare, tanto per cambiare, una visione partitica, anche della montagna: da un lato quelli che ci sanno andare, dall’altro chi non è capace e non capisce dove si trova.
Ci sono invece, a mio avviso, dei paletti che possono essere imposti per far sì che questo ragionamento possa essere intrapreso nella giusta direzione. Anzi, nel nostro specifico caso di professionisti della montagna, credo che certi confini debbano essere imposti da noi per primi per poi essere fatti rispettare.
Per farlo, riprendendo le parole di Lacasella, è necessario che i primi a fare un passo indietro siano proprio coloro che hanno maturato nel tempo una consapevolezza e soprattutto una conoscenza della montagna tale per cui il loro contributo può davvero risultare prezioso per non snaturare e standardizzare qualcosa che invece è composto da mille sfaccettature e componenti. La differenza tra la montagna e altri ambienti d’altronde sta proprio qui: ignorare la presenza di determinate regole, a volte non scritte e tramandate – e quindi difficili da conoscere e immagazzinare – può avere ripercussioni molto diverse e non solo per forza dagli effetti devastanti.
Credo sia inutile in questa sede riportare dati e statistiche che raccontano di incidenti o vittime. Non condivido in pieno questa morbosa necessità di utilizzare solo questi strumenti per spostare l’attenzione su quanto sia necessario fare (anche perché direi che, allo stato attuale, è una strategia che non sta comunque funzionando). Per descrivere una montagna diversa dal passato è sufficiente percorrere una strada in macchina, entrare in un rifugio, camminare lungo un sentiero, al di là del suo livello di difficoltà.
Ciò che negli ultimi anni mi ha colpito di più, personalmente, non è tanto l’incremento del numero di incidenti. Non è nemmeno l’aumento dei prezzi o del numero di impianti di risalita, conseguenza ovviamente di una nuova forma di turismo.
Niente di tutto ciò.
Quello che mi ha colpito maggiormente è qualcosa di molto più tangibile, perché immediato e semplice, come bere un bicchier d’acqua: cammino ogni anno giorni e giorni interi lungo i sentieri del nostro Paese e delle nostre montagne e, ogni volta di più, incontro sempre meno gente che risponde al mio, spontaneo, saluto. Noto anzi molto spesso un velo di stupore nel volto della gente che, al mio passaggio, si sente dire “ciao”, “buongiorno”. È cambiato il fruitore, ok. Ma certe cose non cambiano, vanno solo condivise. Altrimenti nessuno avrebbe mai imparato nulla, in ogni ambito della propria esistenza. Personalmente continuerò a salutare e, quando mi verrà chiesto perché, dirò che lo faccio sia per una questione di “umanità”, sia per una questione molto più utilitaristica: salutandola, quella persona mi avrà visto in volto, avrà forse visto com’ero vestito e su quale sentiero stavo camminando. Al bisogno, potrà essere d’aiuto nel caso in cui sia necessario, ricordandosi di me e di dov’ero in quel momento in cui ci siamo scambiati il saluto.

Sono decine e decine le regole, le prassi, le abitudini della montagna. Non andranno perse, noi abbiamo il dovere di mantenerle vive. Perché rappresentano la montagna e la rendono diversa dal resto. Solo così le nostre esperienze in questo ambiente saranno davvero tali. In caso contrario, presto o tardi, faranno parte di un elenco infinito di passatempi tutte simili, senza forma né colore, da vivere per il solo necessario bisogno di fare passare il tempo.
Ecco, credo che per affrontare il tema del mutamento della montagna, della sua fruizione e di ciò che l’aspetta nel futuro, sia necessario (ri)partire proprio dalla base e dalle cose più semplici. Giustificando se necessario tutto ciò che si mette in atto, anche a costo di essere ripetitivi; mettendo da parte per un momento le proprie idee e, soprattutto, la propria voglia di giudicare; condividendo, senza per questo risultare spocchiosi o saccenti; accettando anche il mutamento perché, proprio così come avviene in montagna, ci sono molte cose che non sono sotto il nostro controllo e che accadono ugualmente. Ciò che fa la differenza è come queste cose vengono affrontate.
Per chi ha davvero a cuore la montagna, i suoi valori e il suo futuro, questo è davvero il momento di non tirarsi indietro e di trasformare la consapevolezza maturata nel tempo in uno strumento ancor più potente, da mettere a disposizione di tutti.
Come recita un detto occitano scolpito su un cippo in pietra posto ai piedi di una delle mie montagne preferite, il Monte Saccarello, la vetta più alta della Liguria: “le montagne dividono le acque e uniscono gli uomini”.

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