Alessandro Bettazzi
C’è un momento, in ogni escursione, in cui il fiato diventa protagonista. Il sentiero si fa ripido, il passo rallenta, e improvvisamente non stai più pensando a dove metti i piedi: stai ascoltando come respiri. Inspira, sali. Espira, appoggi. È un meccanismo semplice, quasi scontato, eppure è lo stesso su cui si costruisce il pranayama, il lavoro sul respiro che sta al centro di ogni pratica yoga.
Più che di somiglianza, tra le due discipline si dovrebbe parlare di complementarità: sono elementi che, messi insieme, si fondono senza forzature. Il pranayama riporta l’attenzione su un gesto che facciamo comunque, in ogni istante, di solito senza accorgercene. Camminare in montagna arriva allo stesso punto partendo dal corpo invece che dalla mente: la fatica ti costringe a portare consapevolezza al respiro, non puoi ignorarlo. Dopo un paio d’ore di salita, che tu lo voglia o no, sei già dentro una forma di attenzione in movimento. Lo yoga non aggiunge qualcosa di estraneo al trekking: rende esplicito quello che il trekking fa già, in silenzio, ogni volta.

Chi pratica yoga lo sa: la parte più difficile non è la posizione, è esplorarla da dentro respirando bene. Chi cammina in montagna lo sa altrettanto bene, anche se magari non lo chiamerebbe mai così: il tratto più duro non è il dislivello sulla carta, è la gestione del fiato quando le gambe e la stanchezza iniziano a farsi sentire. In entrambi i casi il corpo ti chiede la stessa cosa — non affrettare, non trattenere, lascia che l’aria faccia il suo giro completo.
Per questo unire le due pratiche non è un accostamento forzato, ma il riconoscere un terreno che condividevano già. Una pratica yoga prima di partire prepara il corpo e, soprattutto, la mente: aiuta a lasciare a valle il resto — il telefono, le scadenze, i pensieri che ci si porta dietro anche in vetta. E la camminata che segue diventa il prolungamento naturale di quello stato: la stessa qualità di attenzione, portata questa volta nel paesaggio, nel ritmo dei passi che si aggiunge a quello del fiato.
C’è anche una questione più semplice, fisiologica. Lo yoga lavora anche su mobilità, equilibrio, forza del core: tutte cose che in salita, e ancora di più in discesa, si sentono. Chi ha fatto anche solo qualche pratica se ne accorge su un sentiero tecnico, quando l’equilibrio su una radice bagnata dipende da quanto si controlla il bacino e non solo dalla scarpa che si indossa. Il trekking, dal canto suo, restituisce allo yoga qualcosa che una sala chiusa non può dare: l’aria che cambia densità con la quota, la luce che si muove, un terreno mai piatto sotto il tappetino. Sono due pratiche che si completano più di quanto sembri a prima vista.

Una delle cose che ci piace di più, quando costruiamo questi eventi, è che il posto in cui si pratica non è mai lo stesso. Fare yoga all’alba al mattino su un prato delle Alpi, con l’aria ancora fredda e la luce che taglia di traverso le creste, è un’esperienza. Farlo su un crinale dell’Appennino, con la vista che si apre su valli più dolci e boscose, è un’esperienza diversa — non migliore, diversa. Cambia la luce, cambia il silenzio, cambia perfino il modo in cui il corpo si adatta al terreno sotto il tappetino.
Anche il “dopo” conta, e forse conta più di quanto si pensi. Non è la stessa cosa chiudere una giornata di cammino e pratica in una casa condivisa, dove si finisce per cucinare insieme e parlare fino a tardi, e chiuderla in un rifugio, dove il silenzio arriva prima e più netto, e la stanchezza si mescola a un senso di essenzialità che a valle non si trova facilmente. Sono due modi diversi di stare insieme dopo essersi mossi nello stesso posto, e scegliamo apposta di alternarli: il contesto non è uno sfondo, è parte dell’esperienza tanto quanto la pratica stessa.
Questo continuo cambiare — di montagna, di quota, di tetto sopra la testa — è anche un modo per non ridurre tutto a una formula ripetibile. Ogni gruppo, ogni luogo, porta con sé condizioni diverse: il vento cambia, la fatica accumulata nei giorni prima cambia, cambiano le persone con cui si condivide il tappetino e il sentiero. Yoga e Trek, messi insieme in un contesto che si rinnova ogni volta, restano quello che dovrebbero essere: un’esperienza viva, non una formula.

Alla fine di una giornata così, quello che si porta a casa raramente è la sequenza di asana fatte o i chilometri percorsi. È più spesso qualcosa di più difficile da mettere in parole: aver ritrovato per qualche ora un ritmo che normalmente ignoriamo, quello del proprio respiro, in un posto che lo ha reso naturale invece che forzato.
Ma non è solo quello. Passare due o tre giorni a muoversi e respirare nello stesso gruppo, dividendo la stessa cucina o lo stesso tavolo di rifugio, crea un tipo di vicinanza che è difficile ricreare altrove. Sono contesti in cui le persone si sentono più libere dai filtri del quotidiano: si parla di più, ci si racconta con meno remore, si finisce per fare gruppo più in fretta di quanto capiti altrove. E resta anche qualcos’altro, più sottile: l’abitudine, ritrovata per un weekend, a notare le cose — il fiato che cambia, il passo dell’altro, il momento in cui il corpo chiede di rallentare. Un’attenzione che poi, tornati a valle, capita di portarsi dietro più a lungo del previsto.
Non serve essere praticanti esperti né escursionisti allenati per scoprire questo terreno comune. Serve solo la disponibilità a rallentare abbastanza da accorgersi che, in fondo, camminare e respirare bene sono la stessa cosa, fatta con parole diverse.

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