La fatica buona: cosa ci insegna l’esoscheletro che cammina (un po’) al posto nostro

Qualche giorno fa Lo Scarpone, la testata del Club Alpino Italiano, ha raccontato una notizia che a noi di Vette e Baite ha fatto fermare un attimo a pensare (puoi leggerla qui). A pochi chilometri da casa, in Carinzia, nella zona di Villach, è già possibile noleggiare un esoscheletro per andare in escursione. Non è fantascienza e non è un prototipo da laboratorio. È un imbrago rigido, leggero, che secondo i promotori riduce lo sforzo fisico fino al 30% e amplia il raggio delle camminate. Ha diverse modalità di assistenza, esattamente come le biciclette a pedalata assistita hanno la loro modalità “eco” e quelle più spinte. Costa tra i 30 e i 50 euro al giorno, a Villach in estate è addirittura incluso in una card turistica, e funziona anche con le ciaspole o per lo scialpinismo.

La domanda che si pone l’articolo, e che vogliamo rilanciare anche noi, è semplice e onesta: si diffonderà come è successo con le mountain bike elettriche? E soprattutto, qual è il “giusto” utilizzo di uno strumento così?

Partiamo da una cosa, perché ci teniamo a essere chiari. Questo non è un articolo contro la tecnologia. Esistono usi di un esoscheletro che troviamo preziosi e perfettamente in linea con quello in cui crediamo: permettere a una persona con difficoltà motorie, temporanee o permanenti, di tornare in un bosco. Consentire a chi non potrebbe di camminare accanto alle persone che ama. In alcuni casi, perfino aiutare qualcuno in difficoltà a rientrare a valle con le proprie gambe. Per chi come noi porta in natura anche chi parte da una condizione di fragilità, l’idea di abbattere una barriera all’accesso non è qualcosa da liquidare con un’alzata di spalle. Tutt’altro.

foto credit: lo scarpone

La fatica non è un guasto del corpo. È il modo in cui il corpo migliora

C’è un’idea che la cultura del comfort ci ha messo in testa quasi senza che ce ne accorgessimo: che la fatica sia un difetto da eliminare, un errore di progettazione da correggere appena la tecnologia lo permette. La fisiologia racconta esattamente il contrario.

Il nostro corpo funziona secondo un principio che gli scienziati chiamano ormesi. In parole semplici: uno stress moderato, della giusta intensità, non ci danneggia, ci rende più forti. L’esercizio fisico è il caso da manuale. Quando cammini in salita, quando i muscoli bruciano, quando il fiato si fa corto, stai producendo nel corpo una serie di micro stress controllati. Stress ossidativo, micro lesioni nelle fibre muscolari. Roba che, detta così, sembra dannosa. Ed è proprio qui il punto: in risposta a quegli stimoli, il corpo attiva i suoi sistemi di riparazione e di rinforzo. Costruisce nuovi mitocondri, le centrali energetiche delle cellule. Innesca processi di pulizia e rigenerazione cellulare. Diventa, letteralmente, una macchina più efficiente di prima.

La conseguenza è semplice e un po’ spiazzante. La fatica non è il prezzo da pagare per il beneficio dell’escursione. La fatica, entro certi limiti, è il beneficio. È lo stimolo senza il quale l’adattamento non avviene. Un esoscheletro che ti toglie il 30% dello sforzo ti toglie anche, in proporzione, una parte di quello stimolo. Cammini la stessa distanza, vedi lo stesso panorama, ma il tuo corpo riceve un messaggio diverso: non c’è bisogno di diventare più forte. E quando il corpo non riceve quel messaggio, semplicemente, non lo fa.

La fatica e la testa: perché ciò che ci costa vale di più

C’è poi una dimensione che riguarda la mente e le emozioni, e che forse è ancora più interessante.

La psicologia ha studiato a lungo quello che viene chiamato il paradosso dello sforzo. Da un lato è vero che lo sforzo è costoso e che, potendo scegliere, esseri umani e animali tendono a evitarlo. Dall’altro lato, e qui sta il paradosso, lo sforzo aggiunge valore. Gli stessi risultati ci appaiono più gratificanti quando li abbiamo ottenuti faticando, e a volte scegliamo qualcosa proprio perché ci richiede impegno. La vetta raggiunta col fiatone vale più della stessa vetta a cui saremmo arrivati comodi. Non è un’illusione romantica. È un meccanismo profondo del nostro cervello: tendiamo ad attribuire più senso a ciò che ci è costato.

E c’è di più, perché anche il benessere che proviamo camminando ha radici nella fatica stessa. Quella sensazione di euforia leggera, di mente sgombra e corpo in pace che conosci bene dopo una lunga camminata, ha un nome e una chimica. È legata al rilascio di endocannabinoidi, molecole che il corpo produce proprio durante lo sforzo prolungato. È il famoso “sballo del camminatore”. In altre parole, la serenità che cerchi in montagna te la regala, in buona parte, la fatica che faresti di tutto per evitare.

Tolta la fatica, cosa resta di quella ricompensa? È una domanda aperta, e non abbiamo la pretesa di chiuderla noi. Ma vale la pena tenerla in tasca alla prossima partenza.


Una specie costruita attorno alla fatica

Se allarghiamo lo sguardo, la cosa diventa quasi vertiginosa.

Noi non siamo animali che hanno imparato a sopportare la fatica. Siamo animali costruiti dalla fatica. Da almeno due milioni di anni, da quando è comparso il genere Homo, il nostro corpo si è plasmato attorno alla capacità di muoversi a lungo, di camminare e correre per distanze enormi. C’è un’ipotesi affascinante, molto discussa tra gli studiosi ma ricca di indizi, secondo cui i nostri antenati cacciavano allo sfinimento: inseguivano le prede non con la velocità, che non abbiamo, ma con la resistenza, sfiancandole sotto il sole finché crollavano. Piedi arcuati, tendine d’Achille lungo, la capacità di raffreddarci col sudore, fibre muscolari resistenti alla fatica. Tratti che, secondo questa lettura, ci portiamo addosso proprio perché per la nostra specie resistere alla fatica è stato per millenni una questione di sopravvivenza.

Detto altrimenti: la resistenza allo sforzo non è un optional della nostra biologia. È uno dei pochi tratti che ci distinguono davvero. Camminare a lungo, e sopportare la fatica del camminare, è una delle cose che ci hanno reso umani.

Su questo si innesta anche una riflessione più filosofica, vecchia quanto il pensiero stesso. Per gran parte della nostra storia la fatica è stata la maestra silenziosa che insegnava i limiti, la pazienza, il valore del tempo e delle cose. Imparare a stare nello sforzo, ad attraversarlo invece di scansarlo, è sempre stato un pezzo importante del diventare adulti, del diventare capaci. Una civiltà che impara a delegare ogni fatica a una macchina guadagna comodità, certo. Ma forse è giusto chiedersi cosa, in cambio, smette di allenare. Non solo nei muscoli, ma anche nella testa e nel carattere.

La macchina che abbiamo già

Non vogliamo darti una risposta, perché crediamo che le domande buone valgano più delle risposte facili. L’esoscheletro non è il nemico, e dove apre l’accesso a chi era escluso lo guardiamo con rispetto sincero. Ma per chi può scegliere, ci sembra che la sfida più interessante non sia togliere la fatica. Sia imparare a starci dentro nel modo giusto.

Perché esiste un’altra strada per andare lontano senza spaccarsi. Non passa da un motore che ti aiuta, passa dall’imparare a usare meglio l’unica macchina che possiedi già da quando sei nato: il tuo corpo. Si chiama adattamento all’ambiente. Significa allenare il respiro, leggere il proprio ritmo, gestire l’energia, capire come la mente regola la fatica invece di subirla. È esattamente lo spirito di Quota Zero, la nostra Scuola di Adattamento Ambientale, dove il fiato diventa uno strumento e la montagna diventa una palestra per il corpo e per la testa.

Se questa riflessione ti ha messo un po’ di curiosità addosso, è da qui che ti invitiamo a ripartire. Non da un esoscheletro che cammina al posto tuo, ma da te che impari a camminare meglio.

Fonti e riferimenti:
Guido Sassi, “E-hiking, in Austria il trekking con l’esoscheletro è già realtà”, Lo Scarpone (CAI), 23 giugno 2026.
•⁠ ⁠Inzlicht, Shenhav, Olivola, “The Effort Paradox: Effort Is Both Costly and Valued”, Trends in Cognitive Sciences, 2018.
•⁠ ⁠Letteratura su ormesi e stress benefico dell’esercizio fisico (biogenesi mitocondriale, autofagia, adattamento da micro stress).
•⁠ ⁠Bramble e Lieberman, “Endurance running and the evolution of Homo”, Nature, 2004; ipotesi della caccia di resistenza e della resistenza alla fatica come tratto selezionato nel genere Homo.
•⁠ ⁠Raichlen et al., “Wired to run”, sul rilascio di endocannabinoidi durante lo sforzo prolungato.

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