Alessandro Bettazzi
Alta Val Susa, Alpi Cozie, confine tra Italia e Francia. È qui che saliamo, verso lo Chaberton e i suoi forti, e già dal sentiero si capisce che questa non è una montagna qualunque: ai lati si intravedono ruderi, camminamenti scavati nella roccia, feritoie che un tempo guardavano verso la Francia con tutt’altro sguardo. Ma la stessa linea di confine che un secolo fa si difendeva a cannonate, oggi qualcuno la attraversa ancora a piedi, in silenzio. Non più soldati: uomini, donne, ragazzi che risalgono da Oulx verso Claviere e il Monginevro con addosso quel poco che è rimasto loro, spesso le scarpe sbagliate per la neve, e un pezzo di mondo alle spalle da cui sono scappati.
Le Alpi Cozie sono così: un posto dove il tempo non è mai passato del tutto. Si accumula, si sovrappone, e chi cammina qui — se vuole — può leggerlo tutto, strato dopo strato.
Bastano pochi nomi per capire quanto questa valle sia stata, per un secolo, terra di frontiera armata: Chaberton, Bramafam, Jafferau, Colle delle Finestre. Fortificazioni costruite a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando l’Italia sabauda e poi quella fascista guardavano alla Francia come a una minaccia da tenere a bada da quota 3000. Lo Chaberton in particolare è un caso quasi unico in Europa: un forte costruito sulla cima di una piramide di roccia a 3131 metri, otto torrette corazzate che dovevano essere imprendibili — e che invece, nel giugno 1940, furono messe a tacere in poche ore dall’artiglieria francese appostata più in basso, a Briançon. Una lezione antica su quanto sia illusorio pensare di fermare qualcosa solo perché lo si guarda dall’alto.
Oggi di quei forti restano scheletri di cemento e ferro arrugginito, aperti al vento e a chi ha voglia di arrampicarcisi in mezzo con gli occhi aperti. Non sono rovine romantiche nel senso da cartolina: sono la prova fisica di quanto ci si sia ostinati, per generazioni, a difendere una linea tracciata su una carta. Camminarci in mezzo oggi, con vista libera sul Monviso e sul Monte Bianco, mette addosso una sensazione strana: la stessa terra che doveva dividere è quella che, cent’anni dopo, restituisce solo aria, silenzio e panorama. Il confine è rimasto. Il motivo per cui esisteva, no.

Ed è qui che la Val Susa smette di essere solo un museo a cielo aperto e diventa qualcosa di più scomodo da raccontare. Perché quel confine, quello vero, quello segnato sulle mappe tra Claviere e il Monginevro, oggi lo attraversano ancora persone. Non più eserciti: famiglie, ragazzi soli, minori, spesso partiti anni prima dal Corno d’Africa, dal Kurdistan, dal Sudan (e da tante altre tratte), passati per rotte che a leggerle fanno male — Libia, Balcani, i boschi al confine tra Croazia e Slovenia — e arrivati fin qui, a un passo dalla Francia, con la parte più fredda del viaggio ancora davanti.
A Oulx, in una struttura che ha preso il nome di Rifugio Fraternità Massi, da anni un gruppo di volontari e operatori tiene aperta le ventiquattr’ore su ventiquattro una porta che offre una doccia, un pasto caldo, un letto per una notte, vestiti pesanti per chi deve ancora affrontare la salita verso Claviere e poi il Monginevro. Non è un centro di accoglienza in senso classico: è una sosta, un punto di respiro in un cammino che per molti dura da mesi o da anni. Chi ci lavora non fa troppe domande, non chiede documenti: prepara zaini, distribuisce scarponi, e nei giorni più duri “accompagna” chi riparte con l’informazione più semplice e più necessaria di tutte — quanto può calare la temperatura, di notte.
Non è un dettaglio folkloristico da inserire in un itinerario. È parte della storia viva di questa valle, ed è forse la ragione più profonda per cui vale la pena camminarci con attenzione: perché la stessa geografia che un secolo fa produceva bunker e cannoniere oggi produce, dall’altra parte, gente che tende una mano a chi arriva sfinito da un confine che non voleva.

E poi ci sono le Alpi Cozie in sé, che di tutto questo peso storico sembrano quasi ignare, o forse semplicemente indifferenti — come sanno esserlo solo le montagne davvero grandi. Creste che sfiorano e superano i 3000 metri, un susseguirsi di panorami che dalle Graie arrivano fino al Monviso, la sagoma inconfondibile del Rocciamelone che da secoli è meta di pellegrinaggio, e poi luoghi come il Bivacco Corradini, alla Terra Nera, dove il paesaggio si fa lunare e il silenzio ha una consistenza quasi fisica.
Ciò che colpisce, rispetto ad altre zone alpine più fotografate e più affollate, è proprio l’assenza di rumore. Non ci sono le code delle Dolomiti, non c’è il turismo mordi e fuggi da geotag. Chi arriva qui, spesso, ci arriva perché la conosce già, o perché qualcuno gliel’ha raccontata bene. È una montagna che chiede più attenzione e restituisce, in cambio, uno spazio che sembra ancora tutto per sé: crinali dove puoi camminare un’intera giornata incrociando poche altre persone, valloni dove il segno dell’uomo si limita a un sentiero e a una croce di vetta.
Forse è proprio questo il paradosso più interessante della Val Susa: essere allo stesso tempo una delle valli più attraversate della storia recente d’Europa — da eserciti, pellegrini, disperati in cerca di un futuro — e una delle più silenziose da vivere oggi, per chi la percorre a piedi con calma, zaino in spalla, senza fretta di dimostrare nulla a nessuno.

Non so se esista un modo giusto per raccontare un posto come questo senza scivolare nella retorica o, al contrario, senza appiattirlo a semplice sfondo panoramico. Forse l’unico modo onesto è quello di camminarci davvero, per più giorni, cambiando vallata ogni mattina, dormendo dove si può dormire, e lasciando che sia la fatica delle gambe a insegnarti quello che i libri di storia raccontano solo a metà.
Le Alpi Cozie non hanno bisogno di essere vendute. Hanno bisogno di essere attraversate con rispetto — sapendo cosa si sta guardando quando si passa davanti a un forte in rovina, e sapendo che quello stesso sentiero, oggi, per qualcun altro, non è un’esperienza da raccontare sui social ma l’ultimo pezzo di un viaggio molto più lungo e molto più duro del nostro.
E voi, quante volte avete camminato su un sentiero senza sapere cosa avesse visto passare prima di voi?
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