Riccardo Giorgis
Olimpiadi a costo zero, impianti già esistenti, sostenibilità come bandiera. Era questo il racconto. Il reportage “Frana olimpica” di Report ci sbatte in faccia il rovescio della medaglia: boschi rasi al suolo, cantieri su versanti instabili, costi che esplodono. E una domanda semplice, brutale: ma davvero questo è “progresso”?
Dal sogno “green” alle cattedrali nel deserto
Quando l’Italia si è aggiudicata le Olimpiadi Milano–Cortina 2026, il dossier parlava chiaro: il 90% degli impianti già esistenti, poche opere mirate, giochi “a costo quasi zero”, nel segno della sostenibilità economica e ambientale.
Oggi, i dati elaborati dall’inchiesta “Frana olimpica” raccontano un’altra storia: il valore complessivo delle opere avrebbe superato i 3,8 miliardi di euro, e diverse infrastrutture rischiano di essere completate dopo i Giochi.
La nuova pista da bob di Cortina, intitolata a Eugenio Monti, è il simbolo di questo cortocircuito. Nonostante la stessa Corte dei Conti segnali il rischio di una “cattedrale nel deserto” – impianto sottoutilizzato e in deficit – si è scelto comunque di costruirla, ignorando la possibilità suggerita dal CIO di disputare le gare su piste già esistenti all’estero.
Secondo lo studio KPMG citato da Report, la pista genera comunque un disavanzo annuo di centinaia di migliaia di euro anche ipotizzando allenamenti, gare, eventi e uso ludico al massimo regime.
Tradotto: un impianto già in perdita prima ancora di iniziare davvero a funzionare.
Il prezzo nascosto: un bosco raso al suolo in pochi giorni
Se il conto economico è discutibile, quello ambientale è semplicemente inaccettabile.
Per fare spazio al serpente di cemento della pista da bob, a Cortina è stato tagliato in pochi giorni quasi lo stesso volume di alberi abbattuti in 12 anni di gestione forestale ordinaria: circa 1.199 metri cubi di legname, a fronte di 1.298 metri cubi complessivi tagliati tra il 2009 e il 2020.
Le associazioni ambientaliste parlano di:
• Circa 7 ettari di suolo naturale consumato
• Oltre 1.600 metri di pista in cemento, con circa 18.000 metri cubi di edifici annessi
• 825 alberi abbattuti, molti dei quali larici secolari
• Un fabbisogno annuo stimato di quasi 22 milioni di litri d’acqua dall’acquedotto comunale e 2 milioni di kWh di energia elettrica per mantenere ghiacciata una pista che, senza Olimpiadi, servirà a una manciata di atleti in tutta Italia.
In un’epoca di crisi climatica, siccità crescente, inverni sempre più miti, decidere di costruire una pista ghiacciata energivora abbattendo larici centenari non è solo una scelta discutibile: è un paradosso storico.
Ogni albero tagliato qui non è “collaterale” ai Giochi: è un colpo inferto alla credibilità di chi, in conferenza stampa, pronuncia parole come “transizione ecologica” e “montagna sostenibile”.

Una cabinovia sulla frana
Il reportage e diversi blog ambientalisti si concentrano anche sulla nuova cabinovia Apollonio–Socrepes, pensata per portare il pubblico verso l’area delle gare femminili di sci alpino.
Il problema? Una parte dei piloni e delle stazioni è prevista su un versante classificato a rischio frane (L2 e L3), un’area nota da anni per il progressivo scivolamento del terreno (frana di Lacedel–Meleres).
Nel 2025, una frattura nel terreno ai piedi dell’ultimo pilone della cabinovia si è allargata da 15 a quasi 30 metri, con un dislivello di circa mezzo metro tra i due lembi.
In parallelo, già esiste una cabinovia moderna – la “Freccia nel cielo”, realizzata per i Mondiali 2021 – che porta molto più vicino alla zona d’arrivo delle gare.
Ma invece di valorizzare quanto c’è, si sceglie di costruire altro. In una zona instabile.
Quella che viene presentata come “mobilità sostenibile” rischia di trasformarsi nell’ennesimo esempio di cementificazione forzata, dove l’interesse della montagna viene dopo quello dei cantieri.
Non solo numeri: il peso simbolico di questa devastazione
Altreconomia ha parlato con lucidità dell’impatto simbolico ed ecologico di quanto sta succedendo a Cortina: tagliare un bosco di larici per una pista da bob che rischia di essere usata pochissimo è un gesto che dice molto di come continuiamo a immaginare la montagna: come un fondale da sfruttare, non come un ecosistema da custodire.
Comitati, associazioni e cittadini hanno provato a farsi sentire: presìdi, manifesti, appelli (“No Olimpiadi 2026: fermiamo la devastazione delle montagne”).
Ma nella narrazione ufficiale tutto questo viene liquidato come “strumentalizzazione”, fastidioso rumore di fondo rispetto alla “grande occasione per il territorio”.
Il risultato è una montagna più fragile, più esposta a frane e dissesti, ma anche più povera di senso.
Perché in un mondo in cui ogni grado in più, ogni metro cubo di acqua, ogni albero conta, buttare via boschi e energia per un impianto senza futuro non è sviluppo: è arretratezza travestita da modernità.

E noi? Come comunità di montagna non possiamo girarci dall’altra parte
Come Vette e Baite viviamo la montagna ogni giorno, spesso con gruppi che arrivano proprio sognando panorami intatti, boschi silenziosi, biodiversità viva.
Quello che succede a Cortina non è “un problema loro”: è un precedente che ci riguarda tutti.
Ti proponiamo alcuni passi concreti, come comunità:
1. Informarsi e far girare i contenuti scomodi
• Guardare il reportage “Frana olimpica” e condividerlo nei propri canali e gruppi.
• Leggere gli approfondimenti dei blog e delle testate che hanno seguito la vicenda, non solo i comunicati trionfalistici.
2. Scegliere un turismo che premia chi protegge, non chi devasta
• Preferire realtà che investono nel recupero del costruito, nella mobilità dolce, nei sentieri ben tenuti e non cementificati.
• Chiedere, quando si acquista un pacchetto in montagna: “Qual è l’impatto ambientale reale di questa proposta?”
3. Dare voce ai comitati e alle associazioni locali
• Seguire e sostenere condivisioni, campagne e iniziative di chi sul territorio si sta opponendo a questi progetti.
4. Far sentire il peso della nostra comunità
• Scrivere ai propri rappresentanti locali, commentare con cognizione di causa, non lasciare che il dibattito pubblico sia occupato solo da chi vede nella montagna un business a breve termine.
Il nostro invito alla community di Vette e Baite
Come comunità di guide, escursionisti, innamorati della montagna, abbiamo una responsabilità: non normalizzare quello che sta accadendo a Cortina, a Livigno e nelle altre città che ospiteranno le Olimpiadi invernali 2026.
Se hai letto fin qui, ti chiediamo una cosa semplice:
• Condividi questo articolo con chi ama la montagna ma magari non sta seguendo la vicenda.
Oggi, in piena crisi climatica, ogni albero spezzato senza necessità è uno schiaffo in faccia all’idea stessa di progresso.
E se amiamo davvero la montagna, questo schiaffo non possiamo più far finta di non sentirlo.
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