Alessandro Bettazzi
Ci sono le Dolomiti da cartolina — Tre Cime, Sorapis, Cristallo — quelle che riempiono i feed Instagram e i parcheggi a pagamento. E poi ci sono le Marmarole: lo stesso patrimonio UNESCO, la stessa roccia dolomitica, la stessa luce che al tramonto si accende di rosa. Solo che qui, quasi per un caso geografico che ha finito per essere una fortuna, il turismo di massa non è mai arrivato davvero.
Le Marmarole occupano il cuore del Cadore, tra Auronzo, San Vito, Calalzo e Domegge, in provincia di Belluno. Sono circondate da vicini più celebri — l’Antelao le guarda da un lato, il Sorapis dall’altro, le Tre Cime non sono lontane — e forse è proprio per questo che sono rimaste ai margini delle rotte battute: troppo vicine a giganti più fotogenici per essere notate da chi passa di fretta. Chi cerca la foto veloce va altrove. Chi cerca la montagna vera, quella dove puoi camminare un pomeriggio intero senza incrociare nessuno, prima o poi arriva qui.
C’è una storia, dietro al nome “Marmarole Runde”, che vale la pena raccontare. L’ha ideato Tania Ossi, che gestisce il Rifugio San Marco — uno dei punti più spettacolari e isolati dell’intero massiccio, un terrazzo naturale con l’Antelao praticamente sopra la testa. Non è un percorso nato a tavolino da un ufficio marketing: è nato da chi in quelle valli ci vive per mesi ogni estate, conosce ogni rifugio, ogni sentiero secondario, ogni scorciatoia che i libri di guida non riportano. L’idea era semplice e insieme ambiziosa: unire in un anello continuo i rifugi storici che circondano le Marmarole, per permettere a chi cammina di viverle davvero, non solo di attraversarle di corsa in un giorno.
Da lì, il periplo si è trasformato in quello che oggi è conosciuto come uno dei trekking ad anello più autentici delle Dolomiti: giorni di cammino, sette rifugi lungo il tragitto, la possibilità di modulare le tappe secondo il proprio passo. Non è un sentiero segnalato ovunque con cartelli enormi e bar panoramici: è un percorso che va conosciuto, e che restituisce parecchio a chi si prende la briga di conoscerlo.

Camminare intorno alle Marmarole significa anche attraversare un pezzo di storia che raramente finisce nei depliant turistici. Il Rifugio Galassi, tappa fondamentale del giro, nasce come presidio militare durante la Prima Guerra Mondiale: le sue mura hanno visto la linea del fronte che divideva l’Impero Austro-Ungarico dal Regno d’Italia passare esattamente lì, tra quelle cime. Oggi è un punto d’appoggio per chi sale verso l’Antelao, ma le tracce di quel passato — sentieri militari scavati nella roccia, camminamenti, postazioni — restano leggibili per chi cammina con gli occhi aperti, proprio come accade in tante altre zone delle Dolomiti che sono state, un secolo fa, prima linea.
E poi c’è lui, l’Antelao: il “Re delle Dolomiti”, la seconda vetta più alta del gruppo dopo la Marmolada, che da certi punti del percorso — in particolare dal terrazzo del Rifugio San Marco — si mostra in una prospettiva che pochi altri luoghi delle Dolomiti riescono a restituire. Non è vicino, non è “conquistabile” con una semplice passeggiata: è lì, imponente, a ricordarti quanto sei piccolo mentre cammini ai suoi piedi.
Quello che rende speciale il periplo delle Marmarole, però, non sono solo le cime. Sono i rifugi. Ognuno con la propria storia, la propria gestione, il proprio carattere: il Chiggiato, che sembra sospeso fuori dal tempo; il Ciareido, affacciato su un panorama che spazia dalle Dolomiti dell’Oltrepiave fino al Cridola; il Baion, adagiato su un pianoro silenzioso. Sono rifugi che vivono ancora di un’accoglienza vera, fatta di poche camerate, cene di gruppo, storie scambiate a tavola con chi li gestisce da una vita — non le grandi strutture da centinaia di posti letto che si trovano altrove sulle Dolomiti più battute.
Ed è proprio questo il punto: nelle Marmarole il rifugio non è un servizio, è ancora un incontro. Chi le percorre lo fa spesso perché gliele ha raccontate qualcuno che le conosce bene, e capita non di rado di ritrovarsi, la sera, a cena con la stessa gestrice che quel percorso l’ha pensato — un’esperienza che nelle Dolomiti più affollate è ormai quasi impossibile da vivere.

C’è chi pensa che “selvaggio” voglia dire per forza estremo, tecnico, riservato a pochi. Le Marmarole smentiscono questa idea: qui la difficoltà sta più nella resistenza — giorni di cammino, dislivelli importanti, zaino in spalla con l’occorrente per dormire — che nella tecnica pura. Non servono ferrate né attrezzatura da alpinismo per completare l’anello: serve un buon passo, gambe allenate, e la voglia di stare per qualche giorno lontano da tutto quello che normalmente ci tiene occupati.
Forse è proprio questo l’insegnamento più grande che restituisce un posto come questo: che la montagna più bella non è sempre quella più fotografata, ma quella che richiede un po’ più di impegno per essere raggiunta — e che, proprio per questo, quando la raggiungi, sembra ancora tutta per te.
Quante Dolomiti “minori” avete scoperto per caso, e vi hanno sorpreso più di quelle famose?
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