Quando il Bivacco diventa destinazione, social media e montagna consapevole

Bivacchi e Social Media: Quando il Rifugio d’Emergenza Diventa Meta

C’è un’immagine che mi torna spesso in mente quando penso ai bivacchi. È quella del Bivacco Corradini sulla Dormillouse, con la sua forma futuristica di prisma nero sospeso a 2.908 metri, le grandi vetrate che inquadrano le valli come due cannocchiali puntati sull’orizzonte. Un’architettura contemporanea, elegante, costruita in memoria di Matteo, giovane alpinista scomparso troppo presto. Una struttura che racconta amore, tecnica, rispetto. E che, inevitabilmente, racconta anche altro.

Perché il Corradini, come molti altri bivacchi di nuova generazione, è diventato qualcosa che forse nessuno aveva previsto: una meta. Non più soltanto un rifugio d’emergenza, un punto di appoggio per chi ha bisogno, ma una destinazione in sé. Un luogo da raggiungere, fotografare, condividere. Un’esperienza da raccontare su Instagram, da vivere per poterla mostrare.

Da rifugio a destinazione: una trasformazione necessaria?

I bivacchi nascono nel 1925 come scatoloni di lamiera ondulata per 4-5 persone, pensati per zone remote dove i rifugi non potevano arrivare. Strutture spartane, essenziali, con una funzione chiara: salvare vite. Oggi molti di questi rifugi d’alta quota hanno subito un’evoluzione estetica e funzionale. Sono diventati opere architettoniche: il Gervasutti sospeso sul ghiacciaio, il Fanton a Forcella Marmarole, il Bivak Pod Skuto in Slovenia con i suoi moduli in vetro e legno.

È sbagliato tutto questo? Non necessariamente. Un bivacco ben progettato è più sicuro, più confortevole, meglio isolato. Offre maggiore protezione. E forse – diciamocelo – c’è anche una certa bellezza nel vedere come l’architettura contemporanea possa dialogare con l’ambiente d’alta quota, cercando di minimizzare l’impatto pur garantendo funzionalità.

Ma c’è un punto di domanda che rimane sospeso: quando un bivacco diventa un’icona architettonica, quando la sua immagine circola su migliaia di profili social, quando diventa “instagrammabile”, cosa succede alla sua funzione originaria? Si arricchisce o si snatura?

I social media: amplificatori di desiderio

I social media non hanno inventato il turismo di massa in montagna, questo va detto. Le Tre Cime di Lavaredo erano affollate ben prima di TikTok, e il Lago di Braies deve buona parte della sua fama a una serie televisiva, non a un influencer. Il problema – se di problema vogliamo parlare – è più sottile e riguarda la velocità e la modalità con cui si diffonde l’informazione.

Un video di trenta secondi che mostra l’alba dal Bivacco Corradini può generare, in poche ore, migliaia di visualizzazioni. E con esse, il desiderio. Non il desiderio meditato, ponderato, informato, ma quello immediato: “Voglio andarci anch’io”. Senza sapere cosa serve per arrivarci, senza conoscere le regole non scritte della montagna, senza capire cosa significa condividere uno spazio di emergenza con altre persone.

Come scrive Pietro La Casella nelle sue riflessioni su Altorilievo, l’ambiguità nella comunicazione diventa terreno fertile per la disinformazione. E forse è proprio qui il nodo: non è sbagliato raccontare la montagna sui social, ma come lo facciamo conta. Conta moltissimo.

Alcuni content creator – e va riconosciuto – ci mettono attenzione. Omettono la posizione esatta, rimandano a contenuti più lunghi e approfonditi, ricordano le regole di base: portare via i rifiuti, rispettare chi arriva dopo, lasciare spazio a chi ne ha davvero bisogno. Altri invece puntano tutto sulla spettacolarizzazione: il bivacco diventa uno sfondo per il proprio personal brand, un “albergo gratis con vista”, un luogo esotico da conquistare.

Le conseguenze: vandalismi, sovraffollamento, incomprensione

I fatti parlano chiaro. Il Bivacco Salvadori sulle Orobie è stato trovato devastato: tavoli bruciati, bombole rubate, rifiuti ovunque. In Presolana alcuni bivacchi sono stati trasformati in scenografie per feste. Il Corradini stesso deve essere prenotato – perché i fine settimana estivi e invernali sono stati letteralmente presi d’assalto.

Carlo Zanella, presidente del CAI Alto Adige, ha parlato di “un turismo tamarro, rumoroso, insensibile”, di montagna diventata “palcoscenico per selfie”. Parole dure, che fanno discutere. Ma sono parole che nascono da una frustrazione reale: vedere luoghi nati per salvare vite ridotti a location usa e getta.

Eppure – ed è qui che la questione si complica – non possiamo semplicemente puntare il dito contro “i social” o “gli influencer”. Sarebbe troppo facile. Anche troppo ingiusto.

Chi sbaglia davvero? (E sbagliare è la parola giusta?)

Forse la domanda da porsi non è “chi sbaglia”, ma “cosa non sta funzionando nel sistema”. Perché di sistema si tratta, e i punti critici sono molteplici.

Gli utenti? Certo, c’è chi arriva impreparato, senza rispetto, senza conoscenza. Ma molti di questi sono semplicemente persone che non hanno mai ricevuto un’educazione alla montagna. Non hanno avuto la fortuna di crescere con qualcuno che gliela insegnasse. Hanno visto un video, si sono emozionati, hanno voluto provare. È colpa loro se nessuno ha spiegato loro cosa significhi davvero stare in montagna?

I content creator? Alcuni, sì, banalizzano. Ma altri no. Ci sono persone che sui social fanno divulgazione seria, che ricordano le regole, che cercano di educare. Il problema è che nell’algoritmo, spesso, vince chi fa più rumore, non chi fa meglio. E chi crea contenuti seri fatica a emergere.

Le istituzioni? Forse sì, anche loro. Dove sono le campagne di educazione ambientale? Dove sono i controlli? Dove sono gli investimenti in infrastrutture che possano gestire i flussi senza snaturare i luoghi? Il presidente del CAI, Antonio Montani, ha parlato della necessità di ridefinire rifugi e bivacchi, di ripensare cosa significhino oggi. Ma queste riflessioni si traducono in azioni concrete?

I progettisti? Qui la questione si fa ancora più delicata. Il Bivacco Corradini è nato da un gesto d’amore di una famiglia in lutto. È giusto criticare quel gesto perché la struttura, bella e funzionale, attira troppa gente? O forse il problema è che manca un pensiero sistemico su come integrare queste strutture nel territorio senza che diventino catalizzatori di overtourism?

Il paradosso del bivacco moderno

Eccoci al punto. C’è un paradosso che attraversa questa discussione: i bivacchi sono nati per rendere la montagna più accessibile e sicura. E ora li critichiamo perché sono diventati troppo accessibili. Li abbiamo resi belli, confortevoli, iconici – e ora ci lamentiamo che la gente li vuole vedere.

Non è una contraddizione da poco. Perché implica una domanda scomoda: la montagna è per tutti, o solo per chi “se la merita”? E chi decide chi se la merita?

Io non ho una risposta a questa domanda. Ma penso che valga la pena porsela, senza nascondersi dietro facili moralismi. Perché è vero che c’è un problema di rispetto, di educazione, di consapevolezza. Ma è anche vero che il desiderio di montagna – quel bisogno di natura, di silenzio, di autenticità – è umano, legittimo, comprensibile. Soprattutto in un’epoca in cui viviamo schiacciati tra quattro mura e schermi luminosi.

Verso un uso consapevole (forse)

Cosa si può fare, allora? Il CAI sta lavorando su campagne di sensibilizzazione. Alcuni bivacchi introducono sistemi di prenotazione, anche se questo apre altri interrogativi: un bivacco prenotabile è ancora un rifugio d’emergenza? Cosa succede se arrivo in difficoltà e trovo “tutto esaurito”?

Qualcuno propone di limitare la comunicazione, di non geotaggare i luoghi, di non pubblicare più nulla. Ma è una soluzione realistica? O è solo un modo per tenersi stretta una montagna che sentiamo nostra e che non vogliamo condividere?

Forse la risposta sta nel mezzo. Nel trovare modi per comunicare la montagna che siano responsabili: raccontarla, sì, ma anche educare. Mostrare la bellezza, ma anche la fatica, il rispetto, la preparazione necessaria. Creare contenuti che non banalizzino, che non riducano la montagna a sfondo per selfie, ma che la raccontino nella sua complessità.

E forse – azzardo – serve anche un cambio di mentalità da parte di chi la montagna la conosce da sempre. Invece di trincerarsi dietro un elitismo snob, perché non provare a farsi mediatori? A insegnare, accompagnare, condividere quella cultura che tanto ci sta a cuore?

Domande aperte

Resto con più domande che risposte. È giusto che un bivacco diventi meta? Può un’architettura contemporanea dialogare con la montagna senza snaturarne il senso? I social media sono davvero il problema, o solo l’amplificatore di dinamiche che esistevano già? E soprattutto: esiste un modo per rendere la montagna accessibile senza che diventi consumabile?

Non lo so. Ma penso che sia importante continuare a chiederselo. Senza giudicare, senza sentenze facili, ma con la voglia di capire. Perché la montagna – quella vera, quella che ti mette davanti ai tuoi limiti e alle tue fragilità – non si può ridurre a uno schema binario di giusto e sbagliato.

È più complessa di così. Come tutto ciò che vale davvero la pena di essere vissuto.


E voi cosa ne pensate? I bivacchi possono tornare a essere rifugi d’emergenza o è inevitabile che diventino destinazioni? Come comunichereste la montagna sui social, se lo faceste?

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