Veronica Villa
Ci sono momenti, nella storia, in cui gli artisti sentono che lo spazio in cui si muovono è diventato troppo stretto. Che le tele non bastano più, che le pareti dei musei smorzano il respiro, che l’arte – per vivere – deve uscire.
E allora si apre una frattura, un passaggio inatteso. Così, alla fine degli anni ’60, nasce la land art: un’arte che non si appende al muro, non si acquista, non si conserva in un deposito climatizzato, ma si vive nel paesaggio.
È un ritorno alle origini, alla materia, al contatto diretto con la terra. È un gesto radicale, quasi primordiale: l’artista esce dallo studio, mette le mani nel suolo, scava, ammucchia, sposta, traccia. Crea in simbiosi con l’esterno, con lo spazio circostante, con l’involucro che è il Mondo.
L’opera non è più oggetto. È luogo.
La natura stessa ne definisce i confini, ammesso che ce ne siano.
La land art prende forma negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60, soprattutto nei deserti del Nevada, dello Utah e del New Mexico: spazi remoti, vasti, talmente immensi da sembrare scenografie metafisiche. È un periodo di rivoluzioni culturali, tensioni sociali e crescente sensibilità ambientale. Anche nel mondo dell’arte l’aria stava cambiando: si percepiva una stanchezza verso la mercificazione delle opere, verso un sistema che trasformava la creatività in prodotto di lusso che solo pochi si potevano permettere.
Gli artisti cominciano a vedere i musei come contenitori rigidi, incapaci di accogliere nuove ricerche. Serviva spazio. Spazio vero. Spazio che nessuna parete bianca avrebbe mai potuto offrire.
Così, decisero di uscire. Letteralmente.

La prima opera universalmente considerata “land art” è A Line Made by Walking (1967) di Richard Long. Non è un monumento, non è una scultura.
È semplicemente una linea nell’erba, tracciata camminando avanti e indietro su un prato, finché il passaggio stesso non diventa segno.
Una linea fatta camminando. Un gesto minimo che però rompe tutto: Long non aggiunge nulla alla natura, non la forza, non la modella. Decide di farne parte egli stesso entrando nel paesaggio, e nel camminarci attraverso, nasce l’opera.
Quell’azione contiene già l’essenza più pura della land art, poiché il corpo dell’artista diventa lo strumento per realizzare l’opera in simbiosi con la natura, la quale non è più uno sfondo ma una presenza viva da ascoltare. Il tempo, grande maestro, viene celebrato e non temuto. Poiché qui tutto è impermanente, l’arte non deve durare, deve accadere.
Long aveva acceso la miccia, negli Stati Uniti la land art esplose. Qui nacque una delle opere più iconiche del Novecento: Spiral Jetty (1970) di Robert Smithson, una spirale di 450 metri fatta di fango e rocce basaltiche che si immerge nel Great Salt Lake, nello Utah.
L’opera è scomparsa per anni sotto l’acqua, per poi riemergere incrostata di sale, erosa dal vento, cambiata dal tempo. Proprio per questo è diventata un simbolo perfetto: la natura non è spettatrice, è co-autrice. Modella l’opera, la modifica, la inghiotte, la restituisce. L’artista non controlla: accompagna, osserva, accetta.
Altri artisti seguirono questa strada titanica: Nancy Holt con le sue Sun Tunnels, cilindri di cemento che catturano la luce dei solstizi; Michael Heizer, autore di canyon artificiali come Double Negative, dove l’assenza diventa materia; Walter De Maria con The Lightning Field, una griglia di aste metalliche che trasforma fulmini e temporali in spettacoli irripetibili.
La land art, ormai, non era più solo un linguaggio: era un nuovo modo di fare paesaggio.
Ma quale bisogno c’era di inventarsi tutto questo?
La land art nasce da un insieme di desideri, frustrazioni e domande irrisolte. È come se gli artisti dell’epoca avessero percepito un’urgenza condivisa: non bastava più creare, bisognava appartenere. In fondo, la land art è nata dal desiderio di tornare alla Terra. Di restituirle qualcosa, o almeno di ascoltarla.

In Italia, la land art prende forme diverse. Non ci sono i deserti sterminati americani, ma un paesaggio densissimo di storia, tracce, memoria. Qui la land art diventa più intima, più poetica, più narrativa. Si intreccia con la montagna, con l’archeologia, con gli spazi agricoli e boschivi.
Non cerca la monumentalità, ma la relazione.
Tra i luoghi più significativi troviamo Arte Sella in Trentino, il Grande Cretto di Ghibellina in Sicilia e molti altri sparsi in tutta la nostra penisola, anche sulle nostre montagne.
Negli ultimi anni, anche i sentieri dell’Appennino hanno trovato nella land art una forma nuova di racconto del territorio. Ed è proprio in questa tendenza che nasce il Bologna Montana Art Trail.
Tra boschi, crinali e borghi dell’Appennino tosco-emiliano si snoda il Bologna Montana Art Trail, un cammino ad anello di circa 100 km dove l’arte contemporanea incontra il trekking a passo lento. Installazioni site-specific dialogano con antichi sentieri, trasformando ogni tappa in un incontro inatteso. Non è un museo e non è un’escursione come le altre: è un’esperienza immersiva dove chi cammina diventa parte dell’opera stessa, custodendola per il tempo in cui la attraversa.
Camminare nella land art significa accettare una dolce sfida: guardare il paesaggio non solo come un luogo da attraversare, ma come un’opera da ascoltare, contemplare, percepire con tutti i sensi.
È un invito alla lentezza, alla meraviglia, all’attenzione ai dettagli.
È un modo per tornare – con i piedi, con gli occhi, con il cuore – alla terra.
E forse, in un mondo così veloce, questo è già un gesto rivoluzionario.
Un gesto in cui nulla è per sempre, ma dove tutto è mutevole.

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