Solastalgia: esiste una parola per quel vuoto che senti quando la montagna cambia sotto i tuoi occhi

C’è un’esperienza che chi frequenta la montagna da abbastanza anni conosce bene, anche senza saperle dare un nome.

Torni in un posto che conosci a memoria. Lo stesso sentiero, lo stesso attacco, la stessa curva dopo la quale sai già cosa comparirà. Solo che quello che compare non è più la stessa cosa. Il nevaio che a luglio c’era sempre adesso è una pietraia. La lingua di ghiaccio si è ritirata di centinaia di metri e al suo posto c’è un lago che vent’anni fa non esisteva. Il pascolo dove ti fermavi a mangiare ora ha un parcheggio. Il silenzio di quel valico oggi è una fila di persone in attesa di scattare la stessa fotografia.

Non è nostalgia, perché la nostalgia è il dolore di chi è lontano da casa. Qui il posto è ancora lì, ci sei dentro, ci cammini sopra. Eppure qualcosa manca.

Quella sensazione ha un nome preciso, e ha poco più di vent’anni.

Chi ha inventato questa parola, e perché

Il termine è solastalgia, e lo ha coniato nel 2003 il filosofo ambientale australiano Glenn Albrecht, all’epoca docente alla University of Newcastle, nel New South Wales. Lo ha presentato pubblicamente per la prima volta nel maggio di quell’anno, a Montreal, durante una conferenza sull’ecosalute.

La storia della sua nascita è concreta, quasi banale, e proprio per questo interessante. Albrecht era conosciuto nella sua regione come studioso e attivista ambientale, e riceveva continuamente telefonate dagli abitanti della Upper Hunter Valley, un’area rurale investita da una espansione enorme delle miniere di carbone a cielo aperto. Quelle persone non lo chiamavano solo per protestare. Lo chiamavano perché stavano male. Erano ansiose, irrequiete, depresse, disorientate. Descrivevano un disagio profondo che nessuno riusciva a nominare.

Albrecht si accorse che nella lingua inglese mancava una parola per quello stato. Il concetto più vicino era la nostalgia, descritta nel 1688 dal medico svizzero Johannes Hofer come la malattia di chi desidera tornare a casa. Ma gli abitanti della valle a casa ci erano già. Il problema era che la casa stava diventando irriconoscibile intorno a loro.

Così ne costruì una nuova, unendo tre radici: il latino solacium, conforto e consolazione, la parola desolazione, e il greco algia, dolore. Solastalgia. La definizione che ne dà è precisa: il dolore o l’angoscia causati dalla perdita del conforto, o dall’incapacità di trarne, legata allo stato percepito come negativo del proprio ambiente di casa.

In una formula più immediata: è la nostalgia di casa che provi restando a casa.

Vent’anni dopo, quella parola è entrata nella letteratura scientifica internazionale, negli studi su comunità in Australia, Canada, Groenlandia e Stati Uniti, ed è arrivata anche in Italia. Il dizionario Treccani l’ha accolta nel 2018.

Non è una parola sola: è una famiglia

Albrecht non si è fermato lì. Ha costruito nel tempo un intero vocabolario di quelle che chiama emozioni psicoterratiche, cioè le emozioni che nascono nel rapporto tra la psiche e la Terra. È un lavoro che vale la pena conoscere, perché dà nome a esperienze che molte persone vivono senza riuscire a spiegarle.

Tra quelle negative:

  • Ecoansia: l’ansia legata alla crisi ambientale nel suo insieme, spesso rivolta al futuro e a una scala globale.
  • Tierratrauma: lo shock acuto di assistere a un evento distruttivo improvviso. L’albero abbattuto, l’incendio, la frana. È un colpo secco, diverso dal logorio cronico della solastalgia.
  • Ecoparalisi: la sensazione di non poter fare nulla, che blocca invece di mobilitare.
  • Ecoamnesia: l’oblio del passato ecologico di un luogo. Su questa torniamo tra poco, perché riguarda la montagna più di quanto sembri.
  • Terrafurie: la rabbia, quella vera, verso chi ha il potere di intervenire e non lo fa.

E tra quelle positive, che Albrecht considera altrettanto importanti:

  • Eutierria: il sentirsi tutt’uno con la Terra e le sue forze vitali, quello stato in cui il confine tra te e ciò che ti circonda si dissolve e resta una pace profonda. Chi cammina a lungo sa di cosa parliamo.
  • Endemofilia: l’amore per ciò che è specifico e distintivo del proprio luogo.
  • Solifilia: la solidarietà politica e collettiva necessaria per prendersi cura di un territorio.

La tesi di Albrecht è che serva un ribaltamento. Ha proposto il concetto di Simbiocene, un’era in cui gli esseri umani tornano a vivere in simbiosi con il resto del vivente. È persino arrivato a scommettere che la parola solastalgia sparirà dai dizionari verso il 2100, perché non servirà più. Una previsione ottimista, forse. Ma è una direzione.

Perché chi frequenta la montagna la incontra prima degli altri

Qui arriviamo al punto che ci riguarda da vicino.

La solastalgia richiede una condizione precisa per manifestarsi: bisogna avere un legame con un luogo e bisogna vederlo cambiare. Serve memoria. Serve confronto. Serve tornare.

Chi cammina in montagna con costanza ha esattamente queste tre cose. E la montagna, per una sua caratteristica specifica, rende il cambiamento leggibile a occhio nudo come pochi altri ambienti. Il ghiaccio è un misuratore visibile. Non serve un grafico per capire cosa sta succedendo: basta la fotografia di trent’anni fa e lo stesso punto di vista oggi.

I numeri, per chi li vuole, sono impietosi. Si stima che la superficie glacializzata dell’arco alpino si sia ridotta di circa il 60% negli ultimi 150 anni. Solo sulle Alpi italiane, in sessant’anni, è andata perduta un’area glaciale di oltre 170 chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella del Lago di Como. Tra il 2022 e il 2023 le Alpi italiane hanno perso circa il 10% del volume glaciale complessivo.

Un esempio concreto rende meglio dell’astrazione. Il ghiacciaio della Bessanese, in Piemonte, a metà Ottocento si estendeva per circa 1,75 chilometri quadrati. Oggi la sua superficie è scesa a 0,3 chilometri quadrati, con un abbassamento medio di circa un metro all’anno tra il 2010 e il 2023.

E per chi frequenta l’Appennino, c’è un caso che parla direttamente. Il Calderone, sul Gran Sasso, era l’unico ghiacciaio appenninico e il corpo glaciale più meridionale d’Europa. Dall’inizio degli anni Duemila non può più essere chiamato ghiacciaio: si è spezzato in due placche e ha perso il movimento verso valle che definisce un ghiacciaio vero e proprio. Oggi i glaciologi lo classificano come glacionevato, cioè lo stadio terminale della vita di un ghiacciaio. Perde in media un metro di spessore all’anno.

Non stiamo parlando di un futuro ipotetico. Stiamo parlando di posti dove magari sei passato.

Quando si celebra un funerale a una montagna

C’è un dettaglio che dice molto su quanto questa esperienza sia già entrata nel sentire comune.

Nell’agosto del 2019, in Islanda, è stata celebrata una cerimonia funebre per l’Okjökull, il primo ghiacciaio islandese dichiarato estinto a causa del cambiamento climatico. Circa cento persone hanno camminato per due ore fino al punto in cui il ghiacciaio non c’era più, e lì è stata affissa una targa di bronzo con una “Lettera al futuro” scritta dall’autore islandese Andri Snær Magnason. Il testo si chiude con una cifra: 415 ppm di anidride carbonica.

Un mese dopo, in Svizzera, oltre duecento persone hanno fatto la stessa cosa per il ghiacciaio del Pizol, salendo in corteo funebre e deponendo una corona di fiori.

Anche in Italia Legambiente ha organizzato una veglia funebre sul Calderone.

Quello che colpisce non è il gesto simbolico in sé. È il fatto che, per elaborare la perdita di un pezzo di paesaggio, gli esseri umani abbiano istintivamente scelto il rito che usano per elaborare la morte di una persona. Vuol dire che quella perdita viene sentita come un lutto. E il lutto ha bisogno di essere riconosciuto, altrimenti resta bloccato.

L’altra faccia: quando la montagna cambia per eccesso, non per assenza

C’è però una seconda forma di questa esperienza, e forse in Italia è quella che tocca il maggior numero di persone.

La solastalgia non nasce solo dalla scomparsa di qualcosa. Nasce da qualsiasi trasformazione dell’ambiente di casa percepita come negativa e fuori dal proprio controllo. E la pressione turistica sulle montagne italiane rientra esattamente in questa definizione.

Alcuni dati recenti. Le Tre Cime di Lavaredo hanno registrato presenze giornaliere che nei mesi estivi arrivano fino a 14.000 persone, tanto che dal 2025 il Comune di Auronzo di Cadore ha introdotto un sistema di prenotazione obbligatoria e numero chiuso, sul modello già applicato al Lago di Braies. Al lago del Sorapiss, ad agosto 2025, gli accessi giornalieri hanno toccato le 3.000 persone, e nel giugno 2026 l’affluenza è cresciuta di un ulteriore 20% rispetto all’anno precedente.

C’è poi una conseguenza meno raccontata. Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico ha registrato, tra giugno e luglio 2025, un aumento del 20% degli interventi sulle montagne italiane. La causa ricorrente indicata è la stessa: persone impreparate su terreni impegnativi, attratte dalla riproduzione di un’immagine vista sui social, senza formazione tecnica né attrezzatura adeguata.

La Fondazione Dolomiti UNESCO, nel documento finale del tavolo dedicato al tema, ha chiesto esplicitamente un lavoro culturale sul senso del limite, sulla prudenza e sulla consapevolezza della fragilità dell’ecosistema montano.

Chi vive in questi luoghi tutto l’anno, e chi ci lavora, questa trasformazione la sente addosso. Il paesaggio non sparisce, ma smette di essere quello che era. Il valico dove andavi a cercare silenzio diventa un luogo di coda. E il disagio che ne deriva ha la stessa struttura di quello descritto da Albrecht: il posto è ancora lì, tu ci sei dentro, ma il conforto che ti dava non c’è più.

Il rischio più insidioso: dimenticare com’era

Tra le parole di Albrecht ce n’è una che merita più attenzione delle altre, ed è ecoamnesia: la perdita della memoria ecologica di un luogo.

Il meccanismo è semplice e spiazzante. Ogni generazione assume come normale il paesaggio che trova al proprio arrivo. Chi ha visto quel ghiacciaio negli anni Ottanta sente oggi una mancanza precisa. Chi lo vede per la prima volta adesso non sente nulla, perché per quella persona il ghiacciaio è sempre stato così. Il metro di paragone si sposta in avanti a ogni generazione, e il degrado diventa invisibile.

Ed è qui che la solastalgia smette di essere solo un disagio e diventa qualcosa di utile. Quel senso di perdita è, alla lettera, una forma di memoria. Chi la prova è custode di un’informazione che nessun dato può trasmettere allo stesso modo: sa com’era.

Per questo raccontare, mostrare le foto di prima, portare le persone nei posti e spiegare cosa c’era vent’anni fa non è nostalgia sterile. È un lavoro contro l’amnesia.

E adesso la domanda che vogliamo farti

Fin qui la definizione, la storia e i numeri. Ma questo articolo nasce con un obiettivo diverso da quello divulgativo, e vogliamo dirlo apertamente: vorremmo aprire una discussione.

Sappiamo che l’ansia climatica è un fenomeno diffuso e misurato. Il più ampio studio internazionale sul tema, pubblicato su The Lancet Planetary Health nel 2021 su un campione di 10.000 persone tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi, ha rilevato che il 59% delle persone intervistate si dichiarava molto o estremamente preoccupata per il cambiamento climatico, che oltre il 45% riferiva un impatto negativo sulla propria vita quotidiana e che il 75% considerava il futuro spaventoso.

Ma quello studio misura l’ansia per una minaccia globale e astratta. La solastalgia è un’altra cosa: è locale, è concreta, ha un indirizzo preciso. Riguarda quel sentiero, quel versante, quella valle.

Quindi la domanda che ti facciamo è questa, e non è retorica.

Ti capita di provarla? C’è un posto in montagna che per te non è più quello che era, e che quando ci torni ti lascia addosso qualcosa di simile a un lutto? È un ghiacciaio che si è ritirato, un bosco che è caduto durante Vaia, un pascolo abbandonato, un rifugio che ha cambiato natura, un sentiero che era “tuo” e adesso è di tutti?

E soprattutto: quando lo provi, cosa ne fai di quella sensazione? La eviti cambiando meta? La trasformi in qualcosa? Oppure smetti di andarci?

Non c’è una risposta giusta. Ci interessa capire quanto questa esperienza sia condivisa tra chi cammina, perché nella nostra esperienza di guide la incontriamo spesso nei racconti delle persone, ma quasi mai viene nominata.

Perché sentirla, in fondo, non è una brutta notizia

Chiudiamo con l’unica cosa che ci sentiamo di dire senza esitazione.

La solastalgia si prova soltanto se esiste un legame. Non puoi soffrire per la trasformazione di un luogo che non ti appartiene, che non hai attraversato, di cui non conservi memoria. È l’esatto contrario dell’indifferenza. In un certo senso, è la prova che quel posto conta per te.

Albrecht lo dice a modo suo: la solastalgia non è un processo irreversibile, ed è la ragione per cui ha costruito accanto alle parole del dolore anche quelle della cura. La solifilia, cioè la solidarietà concreta necessaria per prendersi cura di un luogo, nasce esattamente dallo stesso legame da cui nasce la solastalgia. È la stessa energia, girata dall’altra parte.

Camminare, conoscere, raccontare, trasmettere la memoria di com’era un posto a chi lo vede per la prima volta: sono azioni piccole, ma vanno tutte nella stessa direzione. Non risolvono la crisi climatica. Però tengono viva l’unica cosa che rende possibile difendere qualcosa, cioè il fatto che a qualcuno importi.

Se hai un posto così, raccontacelo nei commenti. Ci interessa davvero sapere quale.


Fonti e riferimenti:

  • Glenn A. Albrecht, “Solastalgia: A New Concept in Health and Identity”, PAN: Philosophy Activism Nature, 2005; “Solastalgia: The Distress Caused by Environmental Change”, Australasian Psychiatry, 2007; Earth Emotions: New Words for a New World, Cornell University Press, 2019.
  • Glenn A. Albrecht, “The age of solastalgia”, The Conversation, 2012. Glossario delle emozioni psicoterratiche, blog Psychoterratica.
  • Voce “solastalgia”, Vocabolario Treccani (2018).
  • Legambiente e Comitato Glaciologico Italiano, Carovana dei Ghiacciai, rapporti e bilanci di campagna (edizioni 2020 e 2025).
  • CNR Istituto di Scienze Polari e Università Ca’ Foscari Venezia, studi sul ghiacciaio del Calderone, Gran Sasso.
  • Hickman, Marks, Pihkala et al., “Climate anxiety in children and young people and their beliefs about government responses to climate change: a global survey”, The Lancet Planetary Health, dicembre 2021.
  • Fondazione Dolomiti UNESCO, documento finale del tavolo su overtourism e senso del limite, 2025.
  • Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, dati interventi estate 2025.

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