Riccardo Giorgis
Ci sono posti sul pianeta Terra che nessun occhio umano ha ancora visto. Non sono sulla cima di qualche ottomila dimenticato, non sono in qualche angolo remoto dell’Himalaya. Sono sotto di noi.
Quando parliamo di esplorazione, il nostro immaginario corre subito in verticale — su, verso le vette, verso gli spazi aperti. Ma esiste un’altra direzione, ugualmente potente e molto meno raccontata: quella che va verso il basso, nella roccia, nel buio, nel tempo.
La speleologia è questa direzione. E prima di dirti perché il 16-17 maggio ti invitiamo a scendere nel Buso della Rana con noi, vogliamo raccontarti qualcosa che probabilmente non sai.
Si stima che le grotte conosciute e mappate rappresentino meno del 10% di quelle effettivamente esistenti sul pianeta. Il sistema carsico globale — quella rete di cavità, gallerie e fiumi sotterranei che scorre sotto i nostri piedi — è ancora, in larghissima parte, territorio inesplorato.
Per fare un paragone: della superficie terrestre emersa, incluse le aree più remote di Amazzonia o Antartide, abbiamo immagini satellitari ad alta definizione di quasi ogni metro quadrato. Del sottosuolo carsico non abbiamo nemmeno una mappa parzialmente affidabile. Ogni anno vengono scoperte nuove grotte, nuovi sistemi, nuovi ecosistemi. Creature che non avevano mai visto la luce. Stalattiti che raccontano il clima di centinaia di migliaia di anni fa. Fiumi sotterranei che non compaiono su nessuna cartografia.
La speleologia è, a tutti gli effetti, la più grande frontiera di esplorazione rimasta accessibile agli esseri umani senza bisogno di razzi o batiscafi.
Pensate solo a questo dato: l’Altopiano di Asiago — quello che attraverseremo a piedi durante il nostro weekend — conta da solo oltre 3.000 grotte catastate. Tremila cavità in un territorio che in superficie sembra solo un altopiano di boschi e prati. Quante ne restano ancora da esplorare sotto quei faggi? Nessuno lo sa con certezza.

Se l’alpinismo italiano ha i suoi eroi — Messner, Bonatti, Maestri — la speleologia italiana ha una tradizione di eccellenza che non ha nulla da invidiare a quella delle grandi vette. Eppure ne sentiamo parlare pochissimo.
Il Veneto, la regione in cui si trova la nostra meta, è uno dei territori speleologicamente più ricchi e esplorati d’Italia. Basta guardare tre esempi per capire di cosa stiamo parlando.
La Spluga della Preta, nei Monti Lessini veronesi, è una grotta che ha fatto la storia mondiale della speleologia. Durante il Ventennio fascista fu ribattezzata “Abisso Mussolini” perché era ritenuta la grotta più profonda del mondo. E la sua struttura spiega perché: tre pozzi in sequenza da 130, 108 e 88 metri ciascuno — nel solo terzo pozzo scendi quanto un palazzo di trenta piani. E quando sei in fondo ai tre pozzi, sei già a -300 metri. La grotta termina oltre -800. Un abisso nel senso più letterale del termine.
L’Abisso di Monte Novegno, ancora in Veneto, ha detenuto per molti anni il primato mondiale di pozzo interno più lungo: una singola verticale da 400 metri di caduta libera nella roccia. Quattrocento metri. Per dare un riferimento: la Torre Eiffel misura 330 metri. Qui si scende più in basso di così in un unico salto, nella roccia, nel buio, con solo la luce frontale e la corda.
Il Complesso dei Piani Eterni, a Feltre, porta la speleologia in un’altra dimensione ancora: quella del tempo. Questo sistema ipogeo raggiunge profondità superiori ai -1000 metri, con più “fondi” esplorati che toccano il chilometro. Per raggiungere i limiti del sistema non bastano le ore: servono 4-5 giorni di permanenza continua sotto terra, con accampamenti allestiti nelle viscere della montagna, gestione dell’autonomia e dell’emergenza in ambienti dove l’esterno è irraggiungibile. Chiamatela come volete — non è meno di una spedizione himalayana.
E per chiudere il quadro italiano: la grotta più profonda d’Italia in assoluto è l’Abisso Roversi, in Toscana, che raggiunge la profondità di -1.300 metri. Un record che pochissimi paesi al mondo possono vantare.

Il Buso della Rana si trova nel comune di Monte di Malo, in provincia di Vicenza Wikipedia — non sull’Altopiano di Asiago, ma nelle colline vicentine poco distanti, in un territorio modellato dallo stesso processo carsico. Con quasi 40 km di sviluppo totale, è la grotta più grande del Veneto. Visitmontedimalo
È orizzontale, accessibile, percorsa da acqua e piena di vita. Ed è la grotta perfetta per chi si avvicina per la prima volta a questo mondo: non richiede verticale, non richiede tecnica estrema. Richiede curiosità, abbigliamento adatto e la voglia di stare nel buio con qualcuno che lo conosce bene.
Noi a Vette e Baite crediamo che ci siano esperienze in natura che meritino più attenzione di quanta ne ricevano. La speleologia è una di queste.
Non la proponiamo come attività estrema. La proponiamo come quello che è: un modo di camminare in modo diverso, di entrare in un paesaggio che non si vede dall’esterno, di stare nel silenzio e nell’oscurità con la guida di chi conosce quei luoghi da dentro.

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