Fabio Ghezzi
Parlando di montagna oggi, aprire una finestra sul passato, potrebbe sembrare anacronistico, in un’epoca di grandi incertezze segnata dal cambiamento climatico e da tutte le conseguenze che si porta dietro. Tuttavia, nella direzione di tenere bene aperti gli occhi su quello che ci circonda, mi pare utile soffermarmi per qualche riga su questo argomento.
Negli ultimi anni la mia attività di guida escursionistica si è fatta più intensa, facendomi paradossalmente scendere dalle vette delle montagne più alte e dalle pareti verticali, per riscoprire zone più accessibili e, alla ricerca di storie da raccontare, più antropizzate. Insomma una “montagna di mezzo”, per citare Mauro Varotto, dove il selvaggio ambiente naturale si fonde ai segni delle civiltà umane.
Ho così ritrovato il mondo degli alpeggi, delle contrade e delle borgate: una dimensione sospesa tra il fondovalle e le vette, dove sono ben evidenti i segni della grande civiltà rurale, oggi scomparsa, che ha abitato le Alpi per secoli, fino alla metà del Novecento. Un mondo decadente, fatto di ruderi di antiche baite, a volte interi villaggi abbandonati, di muretti a secco divorati dalla vegetazione, antichi canali di irrigazione, pascoli ormai irriconoscibili, colonizzati dai rododendri, dalle betulle o, più in alto, dai larici, che nei prossimi decenni torneranno bosco.
Questa situazione di passaggio è unica: siamo ancora abbastanza vicini a questa civiltà per ritrovarne i segni prima che vengano cancellati definitivamente e diventino elementi di scavo archeologico. Possiamo respirarne le suggestioni, evocarne le storie, sentirla respirare sotto il muschio e i licheni che crescono sui muri in disuso, mettendo il naso dentro una baita con il tetto sfondato dalla neve, dove le travi di volta hanno spesso duecento anni. Abbiamo a disposizione un infinito museo a cielo aperto da visitare e, perché no, da riabitare.

Quest’ultima parola ci riporta a un tema importante che riguarda il presente e il futuro delle nostre montagne, che non sono e non possono essere certamente solo un museo, ma hanno bisogno di essere gestite, a livello politico, come un universo dove mantenere le condizioni per poter vivere e lavorare a chi lo desideri, possibilmente senza lederne gli equilibri naturali. In questo senso osservare i segni di questa incredibile civiltà che ha abitato le Alpi e gli Appennini nel passato ci può dare degli spunti per costruire alcuni aspetti del presente.
Una riflessione viene osservando la media montagna italiana: è la grande armonia nella struttura del paesaggio tra elementi antropici di epoca storica e naturali. I limiti tecnologici e la scarsità delle risorse hanno imposto l’utilizzo di materiali locali come il legno e la pietra, una progettazione che si integrava con la morfologia dei luoghi assecondandone le geometrie, senza forzature. Frutto di limiti e scelte di ottimizzazione delle risorse che possiamo oggi fare nostre, applicandovi un background culturale ben differente ma necessario. Quello che possiamo imparare da questa civiltà è mantenere una relazione stretta con l’ambiente naturale, di dipendenza ma non di sfruttamento, che presuppone osservazione e ascolto e porta alla costruzione di insediamenti integrati, sia a livello estetico che a livello pratico.
Certamente solo una piccola parte della montagna storicamente abitata potrà continuare a vivere con gli insediamenti umani. Lodevole è il lavoro fatto in questi anni da diversi comuni ed enti locali per favorire questi processi, che potrà certamente essere esportato e implementato. Tuttavia è impressionante osservare i dati demografici di molte vallate alpine e scoprire comuni che avevano più di mille abitanti all’inizio del Novecento e ne conservano oggi poche decine.

I nuovi frequentatori delle montagne sono e saranno nel breve soprattutto escursionisti, alpinisti, ciaspolatori, scialpinisti, pedalatori di mtb, che trovano oggi giornate di benessere negli stessi luoghi dove regnava la società delle quattro effe (freddo, fame, fumo, fatica), dove molti antichi contadini erano costretti a una vita di privazioni. Molti degli antichi alpeggi si “rinaturalizzeranno”, tornando boschi e zone selvagge. È però importante, per questi nuovi attori, tenere gli occhi bene aperti, e saper cogliere i segni e i messaggi dei luoghi che li circondano.
Intesi come peculiarità e caratteristiche degli ambienti naturali ma anche come storie e suggestioni che questo straordinario museo a cielo aperto può oggi ancora regalarci. Da un lato per arricchire l’esperienza, travalicando il puro aspetto sportivo. Dall’altro perché capire questa antica civiltà e la relazione che hanno avuto i nostri antenati con questo stesso ambiente che oggi frequentiamo, può aiutarci a ritrovare una visione equilibrata, rispettosa, che fa parte della formazione di ogni praticante — la quale deve prevedere elementi tecnici e legati alla sicurezza, ma è altrettanto importante che preveda una consapevolezza culturale per potersi dire davvero completa.
Solo la comprensione a tutto tondo dei luoghi può permetterci di sviluppare forme complete di rispetto e di fare le scelte corrette per conservarne la magia e la bellezza che tutti vi andiamo cercando. Una magia spesso minacciata ma ancora imperante tra le forme arcigne delle vette, nell’agonia maestosa dei ghiacciai, nel respiro rigenerante dei boschi. Ma anche nelle pietre dei muri a secco che disegnano interi versanti, nelle geometrie decadenti dei barek della Valtellina, nelle pietre dei Loch e dei Mont in Val Varrone, negli incastri del blockbau dei villaggi Walser, nelle lose sui tetti delle borgate nelle valli occitane.
Un patrimonio del passato che ci parla delle nostre origini, paradossalmente conservato dall’abbandono, quando invece i rifacimenti e le ristrutturazioni nei centri urbani e nelle campagne di pianura l’hanno spesso cancellato. Un elemento in più che rende le nostre montagne un laboratorio di osservazione e contatto con la parte più scarna e selvaggia che alberga dentro ognuno di noi, che ci spoglia del superfluo e ci riporta all’essenziale. Un mondo diffuso e gratuito, disponibile per tutte e tutti quelli che siano disposti ad accoglierlo.

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